Dopo l’assestamento della normativa sulla sicurezza sul lavoro, realizzato dal decreto n. 106/2009, il quadro normativo riferito al datore di lavoro pubblico per la sicurezza sul lavoro ed al suo “dover essere” acquista maggiore certezza, consentendo un esame più ponderato.

Datore di lavoro: nozione, nomina e ruolo

Il testo del Dlgs n. 81/2008 (come risultante anche dopo il decreto correttivo n. 106/2009) chiarisce che il vertice di ciascuna amministrazione pubblica (vale a dire, ad esempio, il sindaco, il presidente della provincia, il rettore) debba “innescare” l’architettura organizzativa per la sicurezza sul lavoro, nominando il datore di lavoro per la sicurezza. È bene chiarire, preliminarmente, che la nozione giuridica di datore di lavoro per la sicurezza risulta diversa da quella “ordinaria” di datore di lavoro ai fini della gestione del rapporto di lavoro.

Nel caso delle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 2, co. 1, del Dlgs n. 165/2001 (e quindi, tra esse, enti locali ed Asl) datore per la sicurezza sul lavoro, infatti, è:

o         il soggetto nominato dall’organo di vertice della singola amministrazione (art. 2, co. 1, lett. b), del decreto n. 81/2008);

o         scelto tra soggetti quali “il dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest’ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale”;

o         rispettando i criteri indicati in quella disposizione di legge: “tenendo conto dell’ubicazione e dell’ambito funzionale degli uffici nei quali viene svolta l’attività, e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa dei soggetti che assumono il

ruolo di datore di lavoro per la sicurezza”, mentre datore di lavoro rilevante ai fini di diritto del lavoro è, nel caso delle pubbliche amministrazioni, l’organo preposto alla gestione (art. 5 del Dlgs n. 165/2001, come modificato da ultimo dal Dlgs n. 150/2009, c.d. decreto Brunetta sulla produttività).

Quest’ultimo soggetto, in quanto tale, deve infatti gestire anche il rapporto di lavoro con “la capacità e i poteri del privato datore”. Così il dirigente o l’equiparato diviene, ope legis, “l’altra parte”, diversa dal lavoratore, del rapporto di lavoro, vale a dire il soggetto che firma il contratto di lavoro e che è poi chiamato a gestire quella relazione di lavoro, utilizzando i poteri concessi dalla legge (quello direttivo, quello di vigilanza e di controllo, quello disciplinare).

Rileva, invece, nel caso della sicurezza sul lavoro, la specifica designazione come datore per la sicurezza, operata dall’organo di vertice.

Ulteriore profilo caratteristico del soggetto che ha come “missione” la tutela della salute sul lavoro è che, in mancanza della segnalata nomina espressa o in caso di nomina non corretta (in quanto non rispetti i canoni stabiliti dall’art. 2, co. 1, lett. b), del decreto n. 81/2008), assume il ruolo di datore di lavoro per la sicurezza proprio lo stesso vertice della singola amministrazione (vale a dire sindaco, presidente della provincia e così via), con le inevitabili implicazioni in tema di responsabilità giuridica, anche penale, derivanti dalla specifica normativa sulla sicurezza sul lavoro.

Pur essendo evidente che razionalità organizzativa (e forse anche giuridica) richiederebbe la comunanza dei due ruoli nella stessa persona (o nelle stesse persone), la differenza normativa suddetta determina due diversi “binari” di individuazione dei due soggetti, con la conseguenza che, spesso, nelle prassi organizzative delle organizzazioni pubbliche, si constata una netta differenziazione nella titolarità dei due ruoli, con palesi problemi non solo di chiarezza organizzativa, ma anche di effettività del ruolo (in specie, di quello per la sicurezza sul lavoro).

Il ruolo “consolidato” del datore

Dopo l’assestamento normativo prodottodal decreto n. 106/2009, anche il ruolo del datore chiamato a tutelare la salute sul lavoro può essere esaminato in modo più ponderato.

La prima valutazione è che il quadro dei compiti del datore di lavoro per la sicurezza resta, anche dopo il decreto correttivo, un “coacervo” di regole. Impiegando un modello interpretativo, elaborato da chi qui scrive subito dopo l’emanazione del testo originario del decreto n. 81[1], è possibile fare un po’ di ordine in tale complessa “articolazione”. In via interpretativa i compiti generali del vertice gestionale della sicurezza sul lavoro così possono essere aggregati in quattro ambiti: obblighi di organizzazione, di gestione e controllo, di valutazione dei rischi e di informazione.

Obblighi organizzativi

Considerando, per primi, i compiti di definizione della struttura organizzativa per la sicurezza sul lavoro, vi è da dire che essi devono essere svolti dal datore:

o         utilizzando la delega di funzione di cui all’art. 16;

o         ponendo gli ulteriori ruoli (ad esempio, preposto/i per la sicurezza, responsabile del servizio di prevenzione e protezione, medico competente);

o         ed, infine, nominando i ruoli operativi per la sicurezza (quali i vari incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di primo soccorso).

In quest’ambito è da menzionare anche un profilo, spesso considerato in modo superficiale dal datore pubblico (e che sarebbe da valorizzare alla luce della nuova impegnativa nozione di salute di cui all’art. 4, co. 2, lett

o) come benessere individuale del lavoratore), quale l’attribuzione dei compiti ai lavoratori, tenendo conto delle capacità e delle condizioni degli stessi.

Rendere effettiva l’organizzazione disegnata e, poi, mantenerla efficiente ed efficace sono i conseguenti compiti in senso organizzativo del soggetto in esame.

Obblighi gestionali e di controllo

Nel quadro normativo consolidatosi dopo il correttivo, il datore deve continuare a svolgere numerosi micro compiti già previsti nell’originario testo del decreto n. 81/2008.

Così, per fare qualche esempio, egli deve:

o         richiedere ai lavoratori l’osservanza di norme vigenti, delle disposizioni interne in materia emanate nella singola amministrazione pubblica, di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuali messi a loro disposizione;

o         convocare (nelle unità produttive con più di 15 lavoratori) la riunione periodica di cui all’art. 35 del decreto citato;

o         richiedere al medico competente l’osservanza degli obblighi previsti a suo carico nel decreto;

o         prendere le misure appropriate affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni e specifico addestramento accedano alle zone che li espongono ad un rischio grave e specifico;

o         astenersi, salvo eccezione debitamente motivata da esigenze di tutela della salute e sicurezza, dal richiedere ai lavoratori di riprendere la loro attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave e immediato;

o         vigilare affinché i lavoratori per i quali vige l’obbligo di sorveglianza sanitaria non siano adibiti alla mansione lavorativa specifica senza il prescritto giudizio di idoneità.

Come reso in modo esplicito dal decreto correttivo di agosto scorso, il datore inoltre deve, in base alla prima parte del nuovo co. 3-bis dell’art. 18, vigilare su lavoratori, preposti, medico competente, progettisti, fabbricanti, fornitori ed installatori, in ordine al loro esatto adempimento degli obblighi.

Il ruolo, per come “consolidatosi ”per effetto del decreto n. 106, deve inoltre tener presenti ulteriori microcompiti, funzionali allo svolgimento del ruolo di altri soggetti della sicurezza: il datore, infatti, deve inviare i lavoratori alla visita medica entro le scadenze previste dal programma sanitario (nuova lett. g) del co. 1 dell’art. 18) e deve informare il medico competente su eventuali casi di cessazione del rapporto di lavoro.

La gestione ed il controllo del datore acquisisce, infine, alcuni nuovi micro- poteri che hanno una funzione apparentemente solo “tecnica”, ma che in realtà assumono la caratteristica di ausilio gestionale ai fini del presidio datoriale della salute sul lavoro ed, in specie, alla sorveglianza sanitaria sui lavoratori: la possibilità di richiedere, anche al medico competente, lo svolgimento di visite mediche preventive preassuntive (art. 41, co. 2, lett. e-bis) e la realizzazione, ad opera dello stesso specialista, di una visita medica, precedente la ripresa del lavoro, sul lavoratore assentatosi per più di 60 giorni continuativi di malattia.

Obblighi di valutazione dei rischi

Il datore di lavoro deve sempre valutare tutti i rischi sul lavoro ed elaborare un documento che contenga una relazione valutativa di tutti i rischi, l’indicazione delle misure di prevenzione e di protezione attuate (ivi compresi i Dpi), il programma delle misure considerate per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza e l’individuazione di profili organizzativi della sicurezza (vale a dire, procedure per l’attuazione delle misure da realizzare e ruoli dell’organizzazione aziendale che vi debbono provvedere, “dotati” di competenze e poteri).

Secondo la normativa, come attualmente modificata, la scelta dei criteri di individuazione del documento di valutazione dei rischi è lasciata alla discrezionalità tecnica del datore nel rispetto dei canoni di legge di cui all’art. 28: “semplicità, brevità, comprensibilità, in modo da garantire la completezza e idoneità” del documento stesso. Tali canoni di redazione, in effetti, devono indurre il datore a redigere testi valutativi sempre più chiari, con un linguaggio che sia “a misura” del complesso dei destinatari interni ed esterni. Ciò, naturalmente, non dimenticando l’efficacia tecnica (a cui, evidentemente, alludono i criteri della “completezza” e dell’“idoneità” dello strumento stesso) di ciò che deve restare pure sempre uno “strumento di lavoro”.

La valutazione e la redazione del documento non sono un compito datoriale una tantum: il datore di lavoro deve ripetere le due attività entro trenta giorni dal determinarsi di una serie di fatti specificati all’art. 29, co. 3 (ad esempio, modifiche del processo organizzativo o risultati emergenti dalla sorveglianza sanitaria).

Per il datore di lavoro in esame si aggiunge anche il compito, specificatamente riguardante il caso dell’appalto, di elaborare il documento unico di valutazione dei rischi (art. 26, co. 3).

La valutazione dello stress lavoro-correlato, apparso ai più, per effetto della formulazione originaria del decreto n. 81/2008, come una novità (pur essendo, secondo chi scrive, un profilo che andava comunque tenuto in considerazione nell’ambito della preesistente normativa), diviene un contenuto di valutazione ormai esplicito.

Per valutare lo stress-lavoro correlato il datore di lavoro, alla luce della normativa vigente, può, tuttavia, aspettare la scadenza del 1° agosto 2010, attenendosi alle eventuali indicazioni tecniche, se intervenute nel frattempo,

elaborate dalla Commissione consultiva di cui all’art. 6 del decreto n. 81.

Obblighi informativi e formativi

L’insieme dei compiti datoriali inerenti all’informazione ed alla formazione dei lavoratori si assesta. Restano immutati gli obblighi “tradizionali” derivanti dalla vecchia normativa (Dlgs n. 626/1994), quale l’assicurare al Servizio di prevenzione e protezione ed al medico competente informazioni in merito alla natura dei rischi, all’organizzazione del lavoro, alla programmazione e all’attuazione delle misure preventive e protettive, alla descrizione degli impianti e dei processi produttivi, ai dati di cui al co. 1, lett. r), e quelli relativi alle malattie professionali ed ai provvedimenti adottati dagli organi di vigilanza. È, inoltre, sempre necessario consultare il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nelle ipotesi di cui all’art. 50, ad esempio relativamente alla designazione del Rspp e del medico competente.

Si aggiungono a tali obblighi quelli innovati dall’originario decreto n. 81 (ad esempio, informare e formare, addestrare i lavoratori; formare i preposti), mentre, da ultimo, il ruolo del datore di lavoro deve farsi carico anche

di formare i dirigenti (art. 36).

La formazione acquisisce, così, pienezza, dovendosi l’azione in tal senso del datore pubblico rivolgere all’intera struttura organizzativa per la sicurezza.

Profili di responsabilità

Il regime sanzionatorio previsto per il datore di lavoro, così come indotto dalla legge n. 123/2007 e come emergente dal testo finale del decreto legislativo n. 81/2008, risulta anch’esso assestato pur rivelandosi sempre molto complesso, dato l’insistere di una notevole pluralità di norme.  di Aldo Monea

UNA “LISTA BREVE” DI CONTROLLO

o         Il vertice dell’amministrazione ha provveduto a nominare il datore di lavoro per la sicurezza?

o         Tale organo ha svolto il “compito” correttamente, considerando i presupposti e rispettando i “canoni” di legge stabiliti dall’art. 2, co. 2, lett. b)?

o         Il datore di lavoro per la sicurezza svolge i propri compiti di natura organizzativa (dalla delega di funzioni all’individuazione di preposti, medico competente, incaricati di servizi operativi […])?

o         Il datore svolge (ed in modo adeguato) i propri compiti di natura gestionale/di controllo, principalmente elencati all’art. 18?

o         Il datore svolge (ed in modo adeguato) i propri compiti in materia di valutazione dei rischi di cui all’art. 28?

o         Il datore svolge (ed in modo adeguato) i propri compiti di natura informativa?

o         Il datore svolge (ed in modo adeguato) i propri compiti di settore (in tema di luoghi di lavoro, di attrezzature di lavoro, di dispositivi di protezione individuale, di videoterminali […]), previsti nei Titoli successivi al primo del decreto n. 81?

o         Il vertice dell’amministrazione, in presenza di precise comunicazioni da parte della struttura per sicurezza sul lavoro su omissioni o carenze dell’azione datoriale, interviene conseguentemente?

(Articolo tratto dalla rivista Guida al Pubblico Impiego, Il Sole 24 ore, n. 12, dicembre 2009, p. 23

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